sabato 9 maggio 2015

Recensione del film "MR. TURNER"

- Dormi di già?
- Mmrh...
- Volevo dirti che mi sei piaciuto… Sei davvero un bel film, Mr. Turner...
- Mmrh… Bah...
- Davvero, tesoro. Sei arguto e raffinato. Completo in ogni dettaglio.
- Ma per carità…
- Cosa? Non credi di essere un buon film?
- Certo che sono un buon film. Ma non sono un film completo. Ho delle falle.
- Non capisco… Per esempio?
- Bah… Per dirne una, sono un biopic che non è un biopic. Racconto la vita di uno dei più grandi pittori di paesaggi mai esistiti, uno che ha anticipato l’impressionismo, e di tutto questo non faccio parola. Insomma, un po’ di contesto forse non faceva schifo. E il mio finale è un po’ deboluccio, non so quanto mi renda giustizia...
- Ma tesoro, me l’aspettavo, sai… il tuo regista è Mike Leigh. Non racconta in modo lineare, è uno che, come dice la recensione di Vincenzo Palermo, “coglie la vita nel suo ineluttabile fluire”.
- Mmrh… Sì, la regia è atipica. Però Leigh ci sa fare, è un dannato perfezionista. Ed ha il gran pregio, come altri registi albionici, di non sentire il bisogno di sventolare la propria maestria. Non sono io ad essere al suo servizio: è lui, il regista, che sta al mio servizio... Ogni mia scena è ambientata in quello che potrebbe essere un dipinto.
 - È proprio vero. Forse non racconti bene la storia del pittore, ma riesci ad evocarne lo sguardo. Non parli dei suoi dipinti, parli di quello che lui vedeva.
- E non dimentichiamo un altro mio merito: quello di mostrare forse l’amplesso più spiacevole della storia del cinema…



- Ma dai, scemo… Arte e impulso sessuale non si discostano mai troppo… È tanto insolito che un film sulla vita di un’artista mostri anche l’artista che si accoppia? E di Timothy Spall, il protagonista, che mi dici?
- Oh, beh… Timothy Spall è una dannata forza della natura. Ogni espressione, ogni grugnito, ogni sillaba masticata delinea i retroscena non raccontati del personaggio. Per ogni scena mostrata, ne possiamo immaginare altre dieci.
Spall domina la scena con una voce rauca e l’andamento matronesco di un Nero Wolfe vittoriano, oscillante tra picchi di romanticismo quasi lirico e cinismo bestiale. Qualsiasi altro attore, qualsiasi altra faccia, risulterebbero fuori posto, poco convincenti.





- Già… Ha fatto di Turner un artista che dell’artista non ha nulla, un vecchio beone cafone e sgraziato…
- È burbero, sfociando a tratti nel rozzo, ma non manca mai di ringraziare, di chiedere il permesso, di dire e fare ciò che l’etichetta richiede. Solo, non si sforza mai di essere piacevole.
- E ricordati che Timothy Spall ha dalla sua parte una sceneggiatura niente male…
- Non devi dirlo a me, donna. La sceneggiatura è precisa, sicura e possente come la lama di uno zweihander teutonico, ed è completamente asservita alla narrazione ed alla recitazione: generosa senza essere prolissa, colta senza essere superba.





Questa è la verità: mi tengo in piedi sulla recitazione di Timothy Spall e sulla scrittura di Mike Leigh. Togli una di queste due cose, e potrei finire con il culo a terra in un istante.
- Allora non togliamole, tesoro mio…
- Mmrh… Con tutte queste chiacchiere, mi è passato il sonno.
- Chissà, magari mi riesce di fartelo tornare...

giovedì 7 maggio 2015

Recensione del film "CAKE" ****SPOILER****

****SPOILER****

- Senti, devo chiederti una cosa...
- Mmh? Cosa c'è?
- So che non si dovrebbe chiedere...
- Cosa?
- No, non importa, lascia stare...
- Dai, dimmi.
- No.
- Cake, dimmi.
- Insomma, come sono andato? Ti è piaciuto?
- Oh, Cake... Sei un bel film. Non perfetto, ma sei un bel film. Puoi stare tranquillo.
- Non perfetto? È la trama, vero? Troppo debole, lo sapevo... Sa di già visto...
- Non lo so, Cake... La tua trama sa di già visto, è vero: la protagonista, Claire, è ferita nel corpo e nello spirito, affetta da dolori costanti e manie suicide, e tu racconti di come lei cerca di tornare a stare bene con se stessa. Uno schema classico, da una situazione disperata ad un lento, progressivo miglioramento.
- Ecco, lo sapevo...
- Aspetta, non sto dicendo che sia un problema. Lo schema è classico, ma è trattato in modo abbastanza originale.
- Davvero? Allora forse la sceneggiatura, i dialoghi, poco efficaci?
- No, non direi. Forse a tratti la sceneggiatura cede ad una certa retorica, ma in generale fila tutto liscio, non è mai banale . E mi sono piaciute molto le sortite in spagnolo di Adriana Barraza, l'attrice che interpreta la domestica di Claire, Silvana.
- È la regia, vero? Lo sapevo, è la regia. Daniel Barnz non è stato all'altezza...
- Invece no. Il regista ha diretto “Beastly”, è vero, ma è stato un errore di gioventù. Con te ha già cominciato a farsi perdonare. Le regia e la fotografia sono efficaci ed espressive senza essere arroganti. E il montaggio, in alcuni momenti, è davvero atipico, ma in modo positivo.
Secondo me, Cake, se hai dei difetti non sono nella regia.
- Allora cosa?
- Alcune scelte narrative. Il personaggio di Nina, l'amica di Claire che si è appena suicidata, non funziona. Appare in forma di allucinazione, o di sogno, a “tormentare” Claire. Voglio dire, cosa significa? È la debolezza di Claire? La sua tentazione di farla finita? Che rapporto c'era tra le due prima che Nina morisse? Non lo so, Cake, sembra che ci siano delle lacune...






- Beh, ma non deve per forza essere tutto definito, no? Certi dettagli possono restare ignoti...
- In parte hai ragione, sì. Ad esempio, l'incidente di Claire: non lo mostri nel dettaglio, solo quel tanto che basta alla trama. Lo stesso vale per il personaggio di Leonard, che hai fatto vedere per meno di un minuto, il tempo necessario perché capissi che è stato lui a causare l'incidente di Claire. E così funziona.
Invece il rapporto con Nina resta inspiegato, lo stesso quello con l'ex-marito. Di Leonard e della ragazzina in fuga non si sa più nulla. Certi nodi narrativi devono essere almeno accennati, altrimenti la storia ne risente, e Iva Palmieri è d’accordo con me.
E il tuo finale, tesoro, è decisamente troppo frettoloso, lasciatelo dire...
- Ho capito... Non ti sono piaciuto...
- Ti sbagli, Cake. Mi sei piaciuto. Perchè la prestazione di Jennifer Aniston, che interpreta Claire, basta a tenerti in piedi e vale il prezzo del bigliettto.





- Oh, meno male...
- Ti fa sentire il dolore e l'agonia di ogni passo. Se penso che prima di questo film aveva fatto praticamente solo commedie romantiche e ruoli leggeri, ha fatto proprio un bel salto. Si fa vedere senza trucco, con la faccia ed il corpo gonfi e sformati, la pelle unta e sfatta. È un’attrice che aveva sempre fatto della bellezza fisica e del talento comico i suoi punti di forza: con te, prende una strada completamente diversa. Non sono tanti gli attori che hanno il coraggio di fare una cosa del genere. Ancora meno sono quelli che lo fanno con successo… Sai chi mi ricorda?
- No, chi?
- Un tale Matthew McConaughey, che da film in cui faceva il bambolotto palestrato è passato film drammatici, dando alcune delle migliori prestazioni attoriali di questi anni. Penso a Mud, a Dallas Buyers Club. Penso a True Detective.
Se tanto mi da tanto, può darsi che Jennifer Aniston abbia appena cominciato una nuova fase della sua carriera...
Ad ogni modo: se sei un film decente, Cake, è merito suo. Lei e Adriana Barraza ti tengono in piedi da sole. Ti permettono di trattare i temi del suicidio e del lutto con leggerezza e rispetto, senza scivolare nello humour nero e senza eccessi drammatici.




- Oh… Quindi sono un bel film! Alla fine, sono un bel film, giusto?
- È quello che ho detto da subito, Cake. Non il migliore di quest’anno, quello no… Ma neanche il peggiore, dai. Potresti essere ricordato come la chiave di volta nella carriera di una grande attrice.
- Oh, bene!
- E adesso dormi, Cake...

giovedì 30 aprile 2015

Recensione del film "A MOST VIOLENT YEAR" *SPOILER*

****SPOILER****

- Dio mio... Dio mio!
- Sst... Abbassa la voce...
- È stato spettacolare... Tu sei stata spettacolare, A Most Violent Year! Davvero, non avrei mai creduto...
- Non avresti creduto? Cosa ti aspettavi?
- Ah, non so... L'ennesimo gangster movie, con il protagonista giovane e spregiudicato che si fa strada ammazzando. Invece sei intelligente, arguta, imprevedibile. Te ne esci con simbologie colte, rimandi, sfumature. Quasi non hai colpi di scena, eppure mi hai sempre tenuto col fiato sospeso... Davvero, non me l'aspettavo.
- E pensavi che non fossi un bel film perchè non ho alle spalle una campagna marketing da blockbuster.
- Già, è così, lo ammetto...
- Eh... Sono in tanti a pensarla come te...
- E vuoi saperla una cosa? A tratti mi hai fatto pensare alle tragedie elisabettiane...
- È vero. Il protagonista, Abel, è un personaggio tragico, disperatamente combattuto. Ti faccio capire che è un immigrato, viene dai bassifondi e si è conquistato da solo, e a fatica, una posizione di prestigio nel mercato della fornitura di gas per il riscaldamento: il mercato più spietato, nella città più spietata, nell'anno più spietato della storia della città. È a questo che si riferisce il titolo, lo sapevi?
- Ah, già. Il 1981 è stato l'anno con più omicidi a New York. E nonostante questo, Abel Morales vuole restare nella legalità, giusto?
- Nella legalità, nel sogno americano. Per questo si veste sempre in modo impeccabile, per questo obbliga i suoi dipendenti, anche loro immigrati, a parlare inglese anziché spagnolo. E non vuole armare i suoi autisti anche quando questi vengono regolarmente assaliti e derubati. Vuole dimostrare a sé stesso di non essere solo uno scagnozzo arricchito.





- Cristo... Sei davvero un film molto americano.
- Oh, sì. Spietatamente americano. L'immigrato Abel Morales vuole arrivare in cima, vuole abbattere i suoi avversari ma continuare a sentirsi migliore di loro. Ha bisogno di sentirsi dalla parte della ragione, dalla parte del sogno americano.
Io racconto l'ultima parte del viaggio, l'arrivo alla cima, che non è come Abel se l'aspetta.
- E Anna Morales, la moglie del protagonista? Di lei cosa mi dici?





- Amore mio, Jessica Chastain è una garanzia. Con me ha fatto pensare a Lady MacBeth, vero?
- Già. E anche a Claire Underwood. E Oscar Isaac mette in Abel Morales la stessa ferocia di un Michael Corleone, con la differenza che non vuole premere il grilletto.
- Anna vuole quello che vuole Abel, e con la stessa intensità, ma non ha paura di sporcarsi le mani. Dove lui vuole giocare pulito ad ogni costo, lei si rende conto che è necessario rispondere al fuoco con il fuoco, lasciando da parte i principi. C'è bisogno di usare una pistola? La usa. C'è bisogno di esibire una scollatura generosa? Nessun problema. Per lei, è importante la cima, non come ci si arriva.
- E tutto questo, i due attori l'hanno capito. Sono riusciti ad andare a fondo. Sai, stavo pensando che la  tua sceneggiatura è buona, ma non è eccelsa... Tende più a voler essere realistica che brillante, o potente. È come se il regista avesse deciso di tirarsi indietro e lasciare spazio agli attori.
- La mia sceneggiatura è lineare, è vero, ma la mia regia è poderosa, impavida. Leggi le recensioni, leggi cosa dice una certa Serena Catalano.
J.C. Chandor ha voluto che il terzo protagonista fosse la New York del 1981, quando la spensieratezza hippie era ormai dimenticata, la disco e la cocaina spopolavano e c'erano strade della città da cui era bene tenersi alla larga




- Oh, sì. E alla fine... Dio mio, alla fine...
Il finale è potente, lo so. Julian è l'unico personaggio innocente del film. Per non dover affrontare la galera, decide di farla finita: si spara, e il suo sangue schizza sull'impianto per lo stoccaggio del combustibile che Abel è finalmente riuscito a comprare. È un battesimo, capisci? La nuova attività di Abel viene battezzata con il sangue dell'innocente.
E subito dopo che Julian si uccide, Abel cosa fa? Corre a tappare il buco che il proiettile, attraversando la testa del giovane, ha fatto nel serbatoio di combustibile.
- Lo so... Valeva la pena di venire a vederti solo per quella scena. Senti, ti posso chiedere un'altra cosa?
- Certo! Vuoi sapere della fotografia?
- No. Volevo sapere se devi andartene subito o se abbiamo un po' di tempo.
- Un po' di tempo ce l'abbiamo. Vieni qui...

Recensione del film "THE GAMBLER"


- Allora, tesoro... Che mi dici? Non male, no?
- Non male?
- Andiamo, ammettilo: ti sei divertito. Sono un film profondo, contemporaneo, audace. Rispecchio le contraddizioni dell'uomo di oggi, diviso tra desiderio di felicità e impulsi autodistruttivi...
- Fermati là, dolcezza. Prima di tutto, sei sicura che vuoi parlare di questo?
- Cosa? Come sarebbe?
- The Gambler, piccola: potrebbe non piacerti dove andremo a finire...





- Ma, tesoro... hai visto la regia? La sceneggiatura? Il cast?
- La regia non è male, te lo concedo. Anche la fotografia, niente male. Rupert Wyatt, giusto? Il tizio che ha diretto anche un film della saga "Planet of the Apes". Ha dato spazio agli attori, alle sfumature... Con te ha fatto vedere che è ambizioso e che possiamo aspettarci qualcosa di buono. Chissà, magari un film noir.
- E che mi dici dello script, dei dialoghi?
- I dialoghi sono parte del problema.
- COSA? Ma come osi? La sceneggiatura è brillante, potente, sferzante.
- Dolcezza, fai un bel respiro e rilassati. I dialoghi sono parte del problema. Il personaggio principale, Jim Bennett, è un insegnante universitario di letteratura inglese, cinico e dannato, con il vizio del gioco: se ogni volta che apre bocca ne escono brillanti motti di spirito e battute colte, mi può andare bene. Mi può andare bene se la protagonista femminile, studentessa di letteratura che si innamora dell'insegnante cinico e dannato, risponde anche lei con brillanti motti di spirito e battute colte.
Ma se anche la madre del protagonista, un gangster nero, uno strozzino obeso e fino all'ultimo tirapiedi dei suddetti non fanno che sciorinare brillanti motti di spirito e battute colte, tu, dolcezza, perdi un po' di credibilità.
- Ma tu non...
- Ferma, non ho finito. Per quanto fuori luogo e pretenziosa, una sceneggiatura brillante non rende brutto un film. Il problema è un altro. 
Posso accettare John Goodman nei panni dello strozzino. Anzi, John Goodman è il miglior attore del film, sebbene assomigli sempre di più al corpo sgonfio di una balena morta.
Posso accettare anche Jessica Lange nel ruolo della ricca madre del protagonista che gli presta i soldi per pagare gli strozzini. Peccato che il rapporto del figlio con la madre rimanga superficiale ed irrisolto, buttato là alla buona.
- Beh, ma che significa... Io sono il remake del film omonimo, uscito nel 1974. Secondo alcuni, riprendo temi e suggestioni de “Il giocatore” di Dostojevsky. E hai il coraggio di lamentarti? 





- Piccola, lascia stare Dostojevskj, non credo proprio che sia il caso di scomodarlo. Mi lamento perché non sei male, ma potevi essere una piccola perla. Un film di quelli che si conquistano il proprio posto, senza una maledetta campagna mediatica alle spalle. Solo qualità, prestazione, intelligenza.
- Quindi non sono male ma non sono una perla, va bene. La sceneggiatura è passabile, il cast è di alto profilo. Dimmi, allora: qual è il problema?
- Il problema è Mark Whalberg, al quale qualche genio ha avuto l'idea di dare la parte del protagonista. 




- Ti ricordo che Mark Whalberg ha un curriculum di tutto rispetto. Hai presente "Boogie Nights"? Hai presente "The Fighter"?
- In "Boogie Nights" interpreta un ragazzino prestante che diventa una star del porno, in "The Fighter" è un pugile dei bassifondi. Ho presente anche "Three Kings", in cui interpreta un soldato durante la guerra del Golfo, e "The Departed", forse il suo ruolo migliore, in cui è un poliziotto duro e sboccato.
Non fraintendermi, Mark Whalberg non mi dispiace. È partito dal basso, negli anni Novanta era una teen star senza un minimo di credibilità, poi si è fatto il mazzo ed è riuscito a diventare un attore decente.
E adesso dimmi, The Gambler: qual è la differenza tra un attore decente ad un attore completo?
- Mark Whalberg è un attore completo! Ha studiato, si è preparato, si è sottoposto a cambiamenti di peso importanti per entrare nel ruolo...
- Un attore completo, dicevo, è in grado di interpretare qualsiasi ruolo. Dove lo metti, riesce ad essere credibile, a ritrarre un personaggio dai tratti definiti e originali che il pubblico riesce a cogliere. Mark Whalberg è un caro ragazzo, ma se gli fai fare qualcosa di diverso dal poliziotto/soldato/ragazzo semplice dal cuore d'oro perde ogni verosimiglianza. Non puoi fargli fare un insegnante di letteratura inglese, non puoi fargli recitare battute colte e brillanti.
- Ti sbagli, ti sbagli di grosso. Mark Whalberg non è al suo meglio, d'accordo, ma non per questo sono un film da buttare.
- Ma certo che no, dolcezza, non sei da buttare. Sono stato bene con te, sul serio. Ma potevo stare meglio, capisci? Una giovane critica di nome Letizia Rogolino la pensa più o meno come me.
Poteva bastare scegliere un altro attore. Un attore meno conosciuto, magari, uno dei tanti esordienti capaci che Hollywood ha da offrire.
È stato scelto Mark Whalberg, anche se non c'entra nulla con il personaggio, perché è un nome che vende. E tu, anziché essere una perla, se un'occasione mancata.
Se può consolarti, sei in buona compagnia.
- Sei proprio uno stronzo...
- Ti avevo avvisato, dolcezza. Visto che ti alzi, mi prepari un caffè, per favore?
- Vai al diavolo.
- Bollente e senza zucchero. Grazie, dolcezza.

mercoledì 29 aprile 2015

Recensione del film "EXODUS - GODS AND KINGS"

- Oh, dio, è stato fantastico.
Allora? Ti è piaciuto, vero?
- Sì, beh... Exodus, adesso dormi, eh?
- Come sarebbe “adesso dormi”? Non ti è piaciuto? Cosa c'era che non andava?
- Exodus... Dai, non farmi parlare... Dormi, su...




- Ah! Quindi sul serio non ti è piaciuto! Il mito di Mosè, l'antico testamento rivisitato e svecchiato, il conflitto tra due uomini, il realismo...
- Il realismo? Exodus, il realismo? Tesoro, sei ambientato tra Africa e Medio Oriente. Avessi visto un solo attore che non fosse baucasico. Non dico che avresti poluto essere un film in lingua originale, alla Mel Gibson... Però così è ridicolo, dai. E poi, scusami, qual è il taglio?
- Il taglio?
- Esatto. Ridley Scott, il tuo regista. Uno dei grandi nomi del cinema. Che taglio ti ha dato? Cioè, non voleva rifare “I Dieci Comandamenti”, no?
- No, certo. Infatti c'è la vicenda dell'uomo dietro al mito... Il tema della schiavitù... La connotazione sociale!
- Ma Exodus, per carità... Quale denuncia sociale, su... Ridley Scott non fa denuncia sociale, fa i kolossal. Come il Gladiatore, no? Che lì, almeno, quando Massimo Decimo Meridio parla, si capisce che è un generale romano, no?






- E invece quando parla il mio Mosè non si capisce?
- Mosè, ma anche gli altri... Exodus, parlano come se fosse una famiglia di californiani pieni di soldi, viziati e mezzi mafiosi! Parlano degli schiavi e dicono “da un punto di vista economico”! Ma ti pare?Ah, poi Ramses... Ramses è quello che proprio non sopporto. Va bene, sei il rampollo viziato della famiglia ricca e potente... Ma sei in Egitto! Non a Beverly Hills! Non sei un mafiosetto da quattro soldi, sei il faraone, no? Era tanto difficile metterci un po' di tragedia? Un po' di Yul Brynner?



- Insomma, non ti sono piaciuti gli attori, ho capito... Ti porto un cast fatto da alcuni dei migliori attori sulla scena, e non ti basta...
- Exodus, amore mio. Gli attori stanno dove li metti.
Christian Bale, ad esempio. Dicono che è bravo perché è capace di perdere e guadagnare peso come gli pare... Guarda, te lo concedo: Christian Bale è sopravvalutato, ma si è impegnato. Ha studiato il personaggio, ci si è messo d'impegno. Poi, d'accordo, ha fatto un Mosè mezzo schizzato, che non si capisce se è un generale, un profeta o un matto... Non capisci se quel ragazzino se lo inventi lui o se è proprio un messaggero divino. E va bene così, mica poteva rifare Charlton Heston.
Ma se lo metti in una storia che non sta in piedi, in una sceneggiatura che ha la solidità di un castello di carte, tesoro mio, di Christian Bale resta solo il nome e la faccia allucinata da “attore che si spinge al limite”.
- Va bene, ho capito... Torna a dormire...
- Sai qual è il tuo problema? Che ti sei voluto spacciare per kolossal. E io quello mi aspettavo, un kolossal. Potevi essere un film storico, andava bene. Mi stava bene essere anche un giocattolone, sai, con un miliardo di effetti speciali.
- ...
- Che poi, dai: Mosè.
È come dire James Bond, come dire Topolino. La storia la sanno tutti. Non avevi bisogno di spiegoni storico-mitologici. Avresti potuto approfondire, cercare le sfumature, proporre interpretazioni alternative del mito, raccontarla dal punto di vista del Corano.
Insomma: è la Bibbia! L'hanno scritta apposta per poterla vendere!
- Ok, basta, ho capito...
- E poi, scusami... Mi spieghi che diavolo succede a Ridley Scott? Non potevi essere anche tu come “I Duellanti”, che nessuno se lo fila ma è un signor film? Non potevi essere “Alien”? “Thelma & Louise”? Guarda, avrei accettato anche “Le Crociate”.
No, spiegamelo tu, Exodus: com'è che, dopo “American Gangster”, Ridley Scott ha fatto per lo più film incerti o mediocri?
- Beh, c'è stato “The Counselor”, che a ben vedere...
- “The Counselor”? Ma per favore... “The Counselor”, poveraccio, si è trovato a non essere né carne né pesce. È la stessa storia, Exodus: metti insieme alcuni dei migliori attori in circolazione e ne tiri fuori una mezza ciofeca? E “Prometheus”? Vogliamo parlare di “Prometheus”?
- Beh, senti, se sono così scarso potevi dirmi di no! Non ti obbligava nessuno!
- È vero, non mi obbligava nessuno. È stata colpa mia. Anche se tutti mi dicevano di non fidarmi, anche se ti avevano fatto a pezzi ancora prima che uscissi, ho deciso di provare.
La verità, Exodus, è che non sei da buttare. Davvero. Sono stata con film molto peggiori.
Cristo, sono stata con “Alice in Wonderland”, ci credi?
Ma tu ti sei presentato come un kolossal. E potevi esserlo, potevi essere qualunque cosa, bastava scegliere. Il problema è che non sei riuscito a scegliere e lo dice anche un certo Signor Mattia Pasquini. Sei un film deludente, più che mal fatto.
- Vabbè, buonanotte.
- Buonanotte. E domattina non fare casino quando te ne vai.